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Una nazione a rischio: la scuola motore dello sviluppo di una società giusta, equa, solidale ed economicamente sviluppata.

Articolo di Lorella Carimali.

La scuola italiana è l’istituzione che più sta pagando la crisi innescata dalla pandemia Covid-19, coinvolgendo quasi 10 milioni di persone tra studenti, insegnanti, dirigenti e operatori.
L’Italia è l’unico paese avanzato al mondo che ha disposto una chiusura prolungata, che ha messo a nudo tutte le carenze strutturali del nostro sistema, in particolare quelle che riguardano l’edilizia scolastica –che dovrà rapidamente adattarsi alle opportune misure di sicurezza anti-Coronavirus -e la didattica digitale, che non ha potuto essere sfruttata al meglio sia per mancanza di devices adeguati, sia perché non era nella pratica didattica di una parte degli insegnanti.

Chi ha salvato la situazione in questi mesi? La scuola stessa e, soprattutto, gli insegnanti.

I dati dimostrano che sul piano delle competenze tecnico-scientifiche e digitali della popolazione, l’Italia appare in grave ritardo rispetto agli altri Paesi europei, confermandosi tra i fanalini di coda: secondo l’indice Desi 2020 elaborato dalla Commissione Europea, il Belpaese si colloca in una posizione migliore solo di Romania, Grecia e Bulgaria. Ma soprattutto in Italia non esistono un pensiero matematico diffuso e una visione di sistema come strategie per risolvere i problemi.

Una situazione così drammatica rischia di aggravare le disuguaglianze sociali del Paese: non si tratta semplicemente di lasciare indietro i più fragili, ma soprattutto di ridurre le possibilità che tanti giovani abbiano accesso a un’istruzione in grado di valorizzarne le potenzialità, coltivarne i talenti, accompagnarli nella ricerca di sé stessi e verso il mondo del lavoro per una cittadinanza pienamente attiva. Meno giovani hanno accesso a un’istruzione di qualità, più povero sarà il Paese. Si considera pertanto necessario affrontare la questione su due piani differenti: quello emergenziale, con l’obiettivo di arrivare a una riapertura di tutte le scuole di ogni ordine e grado, e quello di prospettiva, con l’intento di gettare le basi per un rilancio della scuola italiana che deve diventare la priorità assoluta dell’agenda politica nei prossimi mesi e anni.

Nell’ambito di tale rilancio la scuola può giocare un ruolo proattivo nel rapporto con le imprese, assumendo una chiave di indirizzo e sviluppo e stravolgendo vecchi paradigmi, un po’ come fece Einstein quando aprì la strada a un nuovo mondo andando oltre gli steccati della meccanica classica, rivoluzionando il concetto di spazio e di tempo con l’obiettivo di formare liberi pensatori.

La scuola, infatti, è un fattore chiave per lo sviluppo economico del Paese e lo sarà ancora di più in una fase di ricostruzione come quella del post-Coronavirus.

Non un costo, ma un investimento. Non una voce di nicchia sull’agenda politica, che fa rumore soltanto quando non funziona, ma una questione che vede operare insieme Governo, Parlamento, parti sociali e opinione pubblica. Una scuola ovunque e comunque, chiave di volta della rinascita dell’Italia.

Ma da dove partire? Rendendo concreta e operativa una frase che in questi mesi è stata detta più volte: “Nessuno si salva da solo”.

Che significa questo? Vuol dire che è necessario ripensare le alleanze e costruire quei patti educativi di comunità che non devono solo essere relegati all’emergenza della riapertura fisica delle scuole.

Scuola che assume come propria finalizzazione lo sviluppo della persona nella sua interezza, come comunità che dialoga e collabora con le imprese quando pensa alla formazione del cittadino anche in quanto lavoratore con un’organizzazione partecipata e non verticistica, proprio perché la complessità può essere gestita mettendo insieme più punti di vista.

Per far questo, quale è il paradigma da cambiare alla Einstein? Bisogna passare dal capitale umano a quello dello sviluppo umano che tiene presente la crescita della persona nella sua interezza, non solo come lavoratore/lavoratrice. Il paradigma dello sviluppo umano, dovuto ai lavori di Sen, è centrato sull’espansione delle libertà personali e vede l’istruzione come fattore di emancipazione individuale e di promozione della democrazia. O meglio bisognerebbe arrivare a un’idea di scuola che riesce a portare a sintesi questi due paradigmi, dove però lo sviluppo umano deve essere preminente e costituire la cornice entro la quale assimilare criticamente gli elementi del paradigma del capitale umano che vanno costruiti insieme al mondo del lavoro. Il principio formativo della scuola deve essere concepito in relazione all’uomo concreto, definito dai suoi rapporti sociali. Si tratta di portare a sintesi la formazione del produttore e quella del cittadino, nella consapevolezza che ciò risponde a un’esigenza non solo ideale ma anche oggettiva, che rende oggi necessaria lo sviluppo di intelligenze più astratte, flessibili ed ecologiche.

Ai fini della partecipazione democratica, la complessità dei problemi sociali esige un’intelligenza sistemica, capace di cogliere le questioni nella loro totalità. Per coltivare una simile forma d’intelligenza la scuola va liberata da compiti direttamente professionalizzanti, rafforzando la formazione culturale generale, la coltivazione dell’abito della ricerca e la capacità di pensiero critico. La scuola, insomma, deve formare persone capaci di pensare con la propria testa e che abbiano il coraggio di usarla, sia nel lavoro che nella politica. Una scuola quindi che riesca a formare “lavoratori, critici” che diventino una risorsa non solo esecutiva, ma anche proattiva.

Risulta fondamentale inserire tutto ciò in una visione sistemica: è un compito complesso e lungo che però può individuare le sue priorità all’interno della situazione emergenziale in cui ci troviamo. Cioè investire, da subito, sulla valorizzazione della professionalità docente, sui ragazzi e le ragazze, sulle STEAM e sulla didattica laboratoriale, sulla didattica digitale, sull’architettura scolastica e sul rapporto con le imprese.

Scuola che assume come propria finalizzazione lo sviluppo della persona nella sua interezza, come comunità che dialoga e collabora con le imprese quando pensa alla formazione del cittadino anche in quanto lavoratore con un’organizzazione partecipata e non verticistica, proprio perché la complessità può essere gestita mettendo insieme più punti di vista.Per far questo, quale è il paradigma da cambiare alla Einstein? Bisogna passare dal capitale umano a quello dello sviluppo umano che tiene presente la crescita della persona nella sua interezza, non solo come lavoratore/lavoratrice. Il paradigma dello sviluppo umano, dovuto ai lavori di Sen, è centrato sull’espansione delle libertà personali e vede l’istruzione come fattore di emancipazione individuale e di promozione della democrazia. O meglio bisognerebbe arrivare a un’idea di scuola che riesce a portare a sintesi questi due paradigmi, dove però lo sviluppo umano deve essere preminente e costituire la cornice entro la quale assimilare criticamente gli elementi del paradigma del capitale umano che vanno costruiti insieme al mondo del lavoro. Il principio formativo della scuola deve essere concepito in relazione all’uomo concreto, definito dai suoi rapporti sociali. Si tratta di portare a sintesi la formazione del produttore e quella del cittadino, nella consapevolezza che ciò risponde a un’esigenza non solo ideale ma anche oggettiva, che rende oggi necessaria lo sviluppo di intelligenze più astratte, flessibili ed ecologiche.Ai fini della partecipazione democratica, la complessità dei problemi sociali esige un’intelligenza sistemica, capace di cogliere le questioni nella loro totalità. Per coltivare una simile forma d’intelligenza la scuola va liberata da compiti direttamente professionalizzanti, rafforzando la formazione culturale generale, la coltivazione dell’abito della ricerca e la capacità di pensiero critico. La scuola, insomma, deve formare persone capaci di pensare con la propria testa e che abbiano il coraggio di usarla, sia nel lavoro che nella politica. Una scuola quindi che riesca a formare “lavoratori, critici” che diventino una risorsa non solo esecutiva, ma anche proattiva.Risulta fondamentale inserire tutto ciò in una visione sistemica: è un compito complesso e lungo che però può individuare le sue priorità all’interno della situazione emergenziale in cui ci troviamo. Cioè investire, da subito, sulla valorizzazione della professionalità docente, sui ragazzi e le ragazze, sulle STEAM e sulla didattica laboratoriale, sulla didattica digitale, sull’architettura scolastica e sul rapporto con le imprese.

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