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Il “ritorno” dell’Educazione civica nella scuola italiana : un’opportunità partita male.Ma….

Articolo di Pierfrancesco Fodde.

Fin dalla fondazione della nuova Italia risorgimentale, l’idea di Camillo Benso conte di Cavour della necessità di “fare gli Italiani” ha delegato alla scuola la formazione del buon cittadino, facendo dei maestri elementari nell’Italia di fine ottocento quasi dei “sacerdoti laici” di una “religione civica”, in un doppio ruolo, di educazione culturalee”civica”. Era ed è ancor oggi una impostazione condivisa, tanto che in molti paesi europei il ministero si chiama dell’Educazione” e/o “della Formazione”, e non solo dell’Istruzione, come in Italia. Nell’Italia del secondo dopoguerra, segnata da scelte istituzionali fondamentali (La Repubblica, l’Assemblea Costituente, la Costituzione), la questione relativa alla formazione alla cittadinanza è statooggetto di ampio dibattito, drogato però da un vizio di forma all’origine, perché la necessità di introdurre a scuola una forma autonoma di “educazione civica” ha sempre trovato la via di leggi insufficienti, che hanno seguito l’unica vera “linea guida” (parole oggi di grande e spesso inappropriato uso, vista la pochezza di certe “linee guida”)che accomuna la lunga litania di riforme che hanno scandito la storia del nostro paese in termini di scuola “senza nuovi o ulteriori oneri per la finanza pubblica”.

Insomma, come diceva un vecchio adagio, le tante “riforme” della scuola sono state molto spesso come le famose “nozze con i fichi secchi”.

Questione che ha riguardato l’atteggiamento complessivo della classe politica verso il sistema scolastico e universitario italiano, ma che, nello specifico dell’educazione civica si è espresso con particolare “coerenza” : di questa fantomatica “materia-non materia” sono state previste linee guida, abilitazioni, progetti. Tutto, tranne l’unica cosa che sarebbe servitaa dare concretezza di appartenenza a un curricolo scolastico: un docente in cattedra e almeno un’ora di insegnamento a settimana.

Tutto inizia con il DPR 585/1958 (GovernoMoro), quando per la prima volta si stabilisce che «i programmi d’insegnamento della storia, in vigore negli istituti e scuole d’istruzione secondaria ed artistica, sono integrati da quelli di educazione civica». Eccol’idea, tutt’ora dominante, che l’educazione civica sia compito di tutta la scuola(Idea, peraltro, non del tutto peregrina), ma competenza specifica dell’insegnante di Lettere(Idea fuorviante); proprio per questo, viene inserita tra le conoscenze necessarie per prendere l’abilitazione in quella classe di concorso. Per quanto riguarda la collocazione oraria, si dice solo che l’insegnante di storia dovrà dedicare alla materia «due ore mensili», senza alludere a una separata valutazione. È in questa forma che l’educazione civica sopravvive addirittura fino al 2008, quando la ministra Gelmini –nell’ambito di una presunta attenzione riformista che guardava, nelle dichiarazioni, a un fantomatico “buon tempo antico” (ad esempio propugnando il ritorno al grembiule o al maestro unico, o ,addirittura,”la lettura della Bibbia”) ma di fatto si caratterizzòsempre con la parola che meglio spiegaval’ennesima “riforma” : “tagli”–tornavasulla questione, sostenendo la sua volontà di dare maggiore lustro alla formazione civica. Per l’occasione, la legge 169/2008 le cambia nome in “Cittadinanza e Costituzione”, ma non la struttura di “materia-non materia” : nessuna collocazione oraria nel curricolo, nessun insegnante dedicato, abilitazione compresa nell’insegnamento di Lettere.

E poco cambia anche con la successiva L. 222/2012 che, riconoscendo nel 17 marzo(in ricordo della proclamazione dell’Italia unita del 1861)la «Giornata dell’Unità nazionale, della Costituzione, dell’inno e della bandiera», all’art. 1 sancisce,nell’ambito di Cittadinanza e Costituzione,la necessità di organizzare percorsi volti a sensibilizzare gli studenti sugli eventi e i simboli dell’unità nazionale, anche in una prospettiva europea.

Si arriva così alla presente e tormentatalegislatura, quando (ancora ministro del governo Conte 1, il burocrate di area leghista Busseti), in pieno agosto e con gli italiani in vacanza, con la legge 92/2019, “Cittadinanza e Costituzione” torna a essere “educazione civica”, con grandi brindisi alla “novità”e i votiparlamentari di tutti, perché non c’è nulla come un rito unanimistico, possibilmente a costo zero, per cementare maggioranza e opposizione su un’immagine stereotipatadei propri ricordi scolastici, e pazienza se la realtà, quella di un sostanziale disinteresse per la scuola pubblica, in realtà prevede altro.

Dopo di chè, dimessosi il nuovo ministro del gioverno Conte 2, Fioramonti, proprio per l’incosistenza delle risorse economiche destinate alla scuola e all’università, , nel mezzo dell’emergenzapandemica , la sostituta di questidel governo Conte 2 , Lucia Azzolina, fa uscire il Decreto 35/2020, «Linee guida per l’insegnamento dell’educazione civica, ai sensi dell’articolo 3 della legge 20 agosto 2019, n. 92», inviate alle scuole senza tenere in conto(come è prassi di questa ministra) di nessuna delle richieste sostanziali di modifica proposte in merito dal Consiglio Superiore della Pubblica Istruzione.

I contenuti della “rinnovata” educazione civica sono stati autorevolmente e ironicamente definiti”life, world and everything” : una lunghissima lista di educazioni e competenze la cui realizzazione compiuta sarebbe impossibile in due vite intere, figuriamoci in due cicli scolasticicon 33 ore annuali. Demandate nei contenuti specifici, in via “sperimentale” per tre anni, alle singole istituzioni scolastiche e ai loro Collegi Docenti.

Inostri legislatori e il ministero hanno superato loro stessi in “abilità” : una nuova disciplina, con tanto di voto numerico,magari determinante per l’esito dell’annoscolastico, a costo zero (nessun docente dedicato), ma con la retorica strumentale della “trasversalità” della disciplina per giustificare il suo obbligo di insegnamento da parte di ciascun consiglio di classe, cioè ogni docente in proporzione al proprio orario.

Infatti la modalità organizzativa è coerente con questo “capolavoro” di ipocrisia. Poiché, si trattava di inserire un totale di 33 ore annuali, di una materia per la quale vi sono insegnanti che avrebbero una specifica abilitazione in tal senso (per esempio: i docenti di diritto, e quelli di lettere, la cui abilitazione in Storia recita “Storia ed educazione civica”), l’osservatore di buon senso potrebbe pensare che una buona idea poteva essere di mettere un’ora in più alla settimana nel monte ore annuale dei diversi gradi, ordini e indirizzi, e poi di servirsi, per insegnare qualcosa che vuole una competenza specifica, di insegnanti già abilitati per quello.

Invece no. Visto che comunque non deve costare un euro alle casse dello Stato, il metodo sceltoè quello di utilizzare la legge e il regolamento sull’autonomia scolastica (in questo modo si perpetua l’illusione che ogni scuola potrà daresfogo alla propria “creatività didattica”). In pratica tutti gli insegnanti dovranno impiegare (in realtà tagliare alla loro programmazione di materia) qua e là qualche ora dal loro monte ore, in modo da andare a comporre la fatidica quota di 33 annuale richiesta senza aumentare le ore settimanali e poter permettere così ad un docente del consiglio di classe insignito dei “galloni” di coordinatore “esperto” di espletare il suo compito nella “nuova”materia (gratuita a spese delle altre discipline).

Tanto, se qualcosa si fa a costo zero, senza tenere in considerazione abilitazioni disciplinari e competenza,si può sognare in grande: l’Università della vita consente di prendere pronte abilitazioni quasi in tutto, basta un breve corso, magari ‘trasversale’, magari in modalitàblended(9 ore in presenza e poi una relazione da caricare in piattaforma, totale 25 ore –così funziona la formazione nella “buona scuola” voluta dal governo Renzi): perché servirsi di insegnanti in quella materia abilitati? Quello che serve a completare una operazione di pura facciata è solo avere a disposizione ‘una casella’: se prevedoun voto autonomo, da esibire nella pagella finale alle famiglie, che cosa importa se non deriva da un’ora in più a settimana, insegnata e pagata da un docente specifico? È il (solito) gioco delle tre carte: raddoppio la torta tagliandola a metà.

Nel prossimo articolo sul tema cercherò comunque di illustrare quali possibilità educative può perseguire tale disciplina, nonostante tutte le “tare” da cui è colpita. Perché la scuola vera sa trasformare “i bruchi in farfalle”….

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